Lea Bertucci – Metal Aether (NNA Tapes, 2018)

Il sax alto della sperimentatrice newyorkese Lea Bertucci galleggia more morte su registri solitamente insoliti, su timbri orientati alla continua dissolvenza e alla lenta trasformazione, con tremolanti effetti psicoaucustici e fredde carezze di note intermedie, accumulando un mucchio di polvere microtonale, schegge di suono neoclassico, pattern minimali, effluvi hautologici e droni sospesi a mezz’aria. Roba per contesti altri e alti, tipo sound-art, musica concreta, noise o ricerca electro-acustica. Schiuma artistica, quindi gas e fermentazione di aromi intellettuali. Ma qui siamo un pochino più in qua, nel senso che la costruzione non segue forzatamente principi distruttivi e avanguardistici.

La Bertucci ci sa fare con le atmosfere spettrali, con le sospensioni e con gli arraggiamenti crepuscolari di vibrafono e piano preparato, eletteonica e sussurri. Conosce e gestisce anche il linguaggio della melodia. Ma preferisce comunicare fuori dalle regole retoriche e formali più comuni. Scrive e suona un bel disco. Compone scomponendo. Indugia in qualche buona idea. Lascia echeggiare il contesto. Leggo che i field recordings sono stati catturati nella metro di New York e nel deserto egiziano. Posti suggestivi. Di cui ovviamente non si rivela la presenza o lo spirito senza l’apporto di una documentazione critica accessoria. Poco importa, le tracce hanno fascino e sanno mutare senza evolvere conservando una costante, chiara, sostanza di tragedia.

[sette]

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